Compagnia dell'Eclissi di Salerno
Compagnia dell'Eclissi di Salerno

Il teatro si fonda sulle macerie

| Compagnia dell'Eclissi | via G. De Caro, 47 - 84126 Salerno | tel 347 6178242 - 338 2041379 

 

3° Festival Nazionale

Unione Italiana Libero Teatro 2016
"L'arte della commedia"

di Eduardo De Filippo

presentato dalla Compagnia dell'Eclissi di Salerno
e diretto da Marcello Andria

VINCE 

1) Premio gradimento del pubblico

2) Premio migliore spettacolo

(Giuria dei giovani)

3) Spettacolo secondo classificato

(Giuria tecnica)

 

 Al I Festival Nazionale di Teatro

“Città di Merate” (LC)

Enzo Tota vince il premio di migliore interprete maschile nel ruolo dell'avvocato Merletti in

"O di uno o di nessuno" di L. Pirandello.

Enzo Tota

Premiazione

Motivazione

Il C.A. comunica che sarà necessario un ulteriore approfondimento per individuare gli spettacoli che parteciperanno alla nona edizione del Festival Nazionale "Teatro XS" 2017.

Il lavoro di selezione, come sempre, è duro, difficile e impegnativo.
A questo punto il termine ultimo per la comunicazione viene spostato al 30 novembre 2016.

Entro quella data le Compagnie selezionate riceveranno una e-mail ovvero una telefonata.
Buon teatro a tutti.

Enzo Tota

(Responsabile della Compagnia dell'Eclissi che organizza il Festival XS)

Gli spettacoli

della Compagnia dell'Eclissi

Le recensioni

 “Delitto all’isola delle Capre” – la Compagnia dell’Eclissi emoziona al Teatro Genovesi

La Compagnia dell’Eclissi di Salerno ha presentato, al Teatro Genovesi, il suo ultimo lavoro, “Delitto all’isola delle Capre”, di Ugo Betti, figura importante della cultura e del Teatro italiano, poeta, drammaturgo e giudice.

Uno spettacolo che emoziona, che fa vibrare corde profonde e sottili e un testo bellissimo, quello di Betti, complesso e forte, che mette in scena “il femminile” ─ tre figure di donna ─ attraverso dialoghi intensi e serrati. Avvertiamo l’eco della tragedia classica, l’ombra di Amleto (un Amleto al femminile, però, interpretato dalla brava e convincente Marika Mancini) e un senso ruvido del lavoro sull’archetipo, grazie anche ad una regia senza fronzoli (Uto Zhali, sempre bravo anche per la scelta delle luci e per gli equilibri della scena e dei movimenti), secca ed asciuttissima. La madre, Agata, il centro di questo mondo femminile che sconvolge i suoi equilibri sottili nell’incontro con Angelo (Roberto Lombardi, che incarna la figura predatoria maschile), nell’interpretazione di Marianna Esposito, matura e centrata, è una regina in rovina, una Penelope stanca che disfa la sua tela per sempre. Per un Ulisse assente. Bravissimi. E complimenti a questo Teatro che si muove nascosto e silenzioso fra di noi. Lo spettacolo è pronto per uscire, ora.

(Beatrice Salvatore)

La Compagnia dell’Eclissi al Teatro Genovesi con Il delitto all’isola delle capre di Ugo Betti

  • Published in Lapilli Salerno

 

Il trailer

Le foto di Maurizio Mansi

"O di uno o di nessuno"

di Luigi Pirandello

Il trailer

 NOTE DI REGIA

È una sfida tutta maschile quella che ingaggiano Carlino Sanni e Tito Morena, amici per la pelle che, dopo aver condiviso, a lungo e in perfetto accordo, l’amore della giovane Melina, si trovano di fronte all’impossibilità di stabilire chi l’abbia messa incinta. Si incrina il ferreo sodalizio dei due, che, incuranti dei sentimenti e delle materiali esigenze della donna, sulla soglia della incerta e disputata paternità denunciano tutta l’immaturità e la fragilità emotiva dettata dal loro egoismo virile. Alla gretta inquietudine dei due amici-rivali si contrappone la nobile dignità di Melina – icona della maternità perenne – che nella completa e disinteressata assunzione di responsabilità, si dimostra capace di sacrificare se stessa per il figlio dato alla luce, riscattando in limine un passato non proprio limpido.

Da questa inusuale invenzione si dipana un apologo sulla prevaricazione dell’uomo sulla donna, sulla supremazia del ruolo materno su quello paterno, che, al netto delle profonde trasformazioni dell’assetto sociale, evidenzia ancora un profilo di attualità; sembra, anzi, affiorare con rafforzata evidenza dalla datata pagina pirandelliana. È l’ennesimo, insolito caso prodotto dall’imprevedibilità della natura umana – contraddittoria e senza un ordine apparente – che il drammaturgo siciliano indaga sotto la lente impietosa della sua acuta dialettica, mettendo a nudo il fondo oscuro e misero dell’esistenza.

Riportando all’attenzione un altro testo minore del Novecento, la Compagnia dell’Eclissi ne propone una messinscena drasticamente essenzializzata e adattata nei dialoghi, che nella conduzione tende a scandire il ritmo ansioso e concitato di un mélo giovanile. Il fuoco è così puntato sulle dinamiche innescate dai tre protagonisti, isolati nella cornice di un buonsenso adulto che consiglia, commenta, disapprova, partecipa, infine protesta per il destino della sfortunata Melina. Risolte salomonicamente le sorti del piccolo sopravvissuto alla madre, svanito il controcanto di amara indignazione, i due antagonisti, dopo un’ultima esternazione di aggressività, ricompongono il loro contrasto e, nell’interpretazione della regia, tornano alle antiche consuetudini, cinicamente derubricando la contesa per il predominio in una partita a dama lasciata in sospeso.

 

Traducendo per la scena l’omonima novella, pubblicata in versione integrale nel 1925, Pirandello scrisse O di uno o di nessuno nella primavera del 1929. Nel novembre dello stesso anno l’opera fu accolta da notevole favore di pubblico al debutto torinese, con Luigi Almirante e Sergio Tofano nei ruoli di Carlino e Tito, Giuditta Rissone in quello di Melina, il giovane Vittorio De Sica in quello di Merletti. Rare le riprese successive di qualche rilievo, fra le quali si segnala un allestimento diretto da Lamberto Puggelli del 1987. (M. A.)

Le recensioni

"Quella partita a dama fa la differenza"

Scritto da Francesco Tozza

mercoledì 13 gennaio 2016

CLICCA SULLA TESTATA per leggere l'articolo

Scritto da Maria Serritiello

O di uno o di nessuno - la recensione di[...]
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"O di uno o di nessuno" di Luigi Pirandello

(Teatro Genovesi 26 dicembre 2015 - debutto)

Le foto sono di Maurizio Mansi

"O di uno o di nessuno" di Luigi Pirandello

(Teatro Genovesi 26 dicembre 2015 - debutto)

Gli scatti sono di Giulia Sonetti e

Giuseppe Mariconda

Promo

LE RECENSIONI

 

 
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Scénario
Mercoledì 09 Novembre 2016 11:27


Il mestiere del critico
EDUARDO, FRA SCARPETTA E PIRANDELL
O

di FRANCESCO TOZZA

 
22 e 23 ottobre 2016Teatro M
 



"L’arte della commedia"  di Eduardo De Filippo
riduzione e adattamento di Felice Avella  regia di Marcello Andria  con Felice Avella, Ernesto Fava, Geppino Gentile,
Anna Maria Fusco Girard, Enzo Tota   -Compagnia dell’Eclissi, Salerno

****


Siamo tornati volentieri nel piccolo spazio accanto al Genovesi, qui a Salerno, dove “quelli dell’Eclissi” (così ci piace, affettuosamente, additarli) continuano – ormai da anni – a rivisitare forse dimenticate, ma indimenticabili, drammaturgie, praticando coraggiosamente (peraltro con decoro ed estrema dignità) quel teatro all’antica italiana (per usare la bella espressione del grande Sergio Tofano) che, per chi si ostina – noi fra quelli – a declinare la parola teatro al plurale (nel senso della molteplicità delle forme e delle pratiche teatrali), è bene continui a vivere, anche a beneficio delle nuove generazioni, troppo spesso costrette ad adorare un presente che comunque perde consistenza, se privato della memoria storica.

Certe distinzioni, del resto, non avevano senso già per le generazioni passate (almeno per i suoi più illuminati esponenti): basterà qui ricordare che attori fra loro diversi, ma di sicuro spessore, come Paolo Poli e (udite, udite!) Carmelo Bene, non disdegnavano affatto la frequentazione delle recite della D’Origlia-Palmi, fin quando la celebre piccola compagnia rimase sulla breccia nel modesto teatrino di Borgo Santo Spirito a Roma, ancora negli anni ’70 (sembra addirittura che il grande Carmelo ingaggiasse poi alcuni di quegli attori nelle sue formazioni); per non dire di un celebre polemista come il sempreverde Alberto Arbasino che, fra una prima alla Scala, qualche sortita al Berliner Ensemble e le diverse peregrinazioni per teatri di tradizione e sperimentali, trovava sempre il tempo (e forse ancora lo rimpiange!) per ritornare nel teatrino romano a riapplaudire attori che nel loro genere trovava perfetti. Ma sull’argomento ci siamo già in altre occasioni sufficientemente soffermati: fra gli opposti fondamentalismi, ormai diffusi anche in ambito extrareligioso, è difficile un dialogo.

Tornando a “quelli dell’Eclissi”, dopo un intrigante Pirandello (O di uno o di nessuno) visto mesi fa, abbiamo assistito di recente all’Eduardo, assai poco gettonato in verità, ma sempre attuale, de L’arte della commedia: una delle ultime repliche dello spettacolo, offerto dalla Compagnia ad happy few, purtroppo ormai disertato da un pubblico che evidentemente alle luci della ribalta preferisce tutt’altre luci! E’ subito da sottolineare che gli attori – nonostante i vuoti in sala – hanno recitato ugualmente con caldo entusiasmo, evidente convinzione, soprattutto con immutata perizia, come si conviene – è il caso di dire – a veri professionisti; indirettamente hanno fatta loro l’orgogliosa dichiarazione di Campese (il capocomico, protagonista della pièce): “non siamo più gli istrioni di un tempo, che improvvisavano la commedia dell’arte; abbiamo imparato ormai a recitare con arte la commedia”.

E le coincidenze fra alcuni punti, nella tessitura del testo eduardiano, con la componente esistenziale dei nostri attori, forse non si fermano qui. Il dialogo aspro e intenso fra Campese e il prefetto di un qualunque capoluogo di provincia; la rivendicazione del teatro quale funzione primaria della vita sociale e il rifiuto di una subalternità al potere politico, troppo spesso mantenuta e comunque condizionante la gente di teatro; la capacità, orgogliosamente ostentata, di rappresentare “duemila anni di teatro su pochi metri quadrati di tavole” (ed è davvero così, anche nel loro caso!): sono – tutti questi, e altri ancora – motivi di un’analogia situazionale che caratterizza ormai, anche se a livelli diversi, i nuovi attori, anche loro “in cerca di autorità” (per dirla con Campese), cioè in cerca di un diverso, più maturo incontro/confronto con le istituzioni, per convincere loro, e la società civile che rappresentano, dell’utilità del teatro.

Che non è “la solita zuppa” (come dichiara l’arrogante alterigia del prefetto De Caro) o la semplice occasione per troppo facili amarcord (i giovanili trascorsi dello stesso De Caro), ma lo strumento ancor oggi necessario per conoscere paradossalmente, attraverso la finzione del palcoscenico, la verità della vita (o almeno per rifletterci su). A questo punto dovrebbe interessare poco o niente se i casi della vita che si squadernano nell’ufficio del prefetto (nel secondo tempo della pièce) siano davvero l’espressione di una dolorosa antropologia del territorio o l’abile recita dei comici di Campese; il quale, di fronte al più eclatante di quei fatti, la morte (vera o presunta?) del farmacista, dichiara: “Quando in un dramma teatrale c’è uno che muore per finzione scenica, significa che un morto vero in qualche parte del mondo o c’è stato o ci sarà”.

Ma Campese, e con lui Eduardo, mente, sapendo di mentire: il valore di denuncia di un testo teatrale non si identifica con il gioco scenico, tanto meno lo esaurisce, anzi è ad esso subordinato: lasciare nel dubbio il prefetto (e con lui gli spettatori stessi) che la morte del farmacista sia vera o finta e che i lacerti di vita vissuta, snodatisi nell’ufficio del prefetto, siano tali, o non lo siano per davvero, è parte essenziale di quel gioco; per cui propendere esplicitamente per una delle due ipotesi diventa teatralmente assai poco efficace, traducendosi anzi in un errore di prospettiva drammaturgica.

Eduardo lo sapeva bene e per questo, da abile uomo di teatro più che da accorto polemista, corregge la sua precedente dichiarazione e conclude il lavoro con la celebre uscita che mina l’efficacia dell’apparentemente risolutivo evento finale (l’arrivo del maresciallo per smascherare l’ambiguità di Campese, conoscendo bene – lui e le forze dell’ordine – i cittadini venuti dal prefetto a confidare i loro casi): “tra il vestiario di una compagnia teatrale non è difficile trovare la divisa di un Maresciallo dei carabinieri”.

Uomini o comici? Realtà o finzione? Davvero “Pirandello non c’entra per niente”, come vorrebbe Campese? Pirandello, invece, c’entra, e come! Senza il beneficio del dubbio, lo snodarsi di quei casi della vita davanti al sempre più inquieto prefetto De Caro sarebbe una più o meno brillante prova d’attori, magari di guitti dai toni e con i gesti sapientemente farseschi (addirittura volutamente esibiti per convincere De Caro a venire a teatro!); improbabili – però – in una drammaturgia che torna a far perno sul problema dell’essere e del parere, per non ridursi ad una sia pur circostanziata e necessaria denuncia, se mai rafforzandola, scoprendo al solito i risvolti problematici e universali della finzione.

Marcello Andria, regista attento e scrupoloso dello spettacolo, ha fatto evidentemente le sue scelte; ha innanzi tutto snellito il testo (assieme a Felice Avella, peraltro misurato ed efficace interprete di Campese), eliminando il prologo, come del resto aveva già fatto l’Autore nel lontano 1965, al debutto napoletano del lavoro, ingiustamente temendo di aver creato “una noiosa conferenza sul teatro” (fortunatamente più tardi, per l’edizione televisiva del ’76, ricredendosi).

Ma soprattutto, per una volta più eduardiano di Eduardo (la cui falsa coscienza lo ha portato troppo spesso – comprensibilmente del resto – a negare, magari solo ridimensionandolo, l’indubbio debito contratto con il teatro pirandelliano), il regista  ha impresso alla recitazione degli attori (nel complesso ragguardevole) toni e gesti – almeno nel fatidico ed emblematico secondo tempo – piuttosto farseschi, al massimo tendenti al grottesco, mai minimamente drammatici (se si eccettuano le battute della compunta maestrina, la sempre misurata Anna Fusco Girard), sposando quindi la tesi che i lacerti di vita esposti nello studio del De Caro non sono l’esposizione sofferta di una tranche de vie ma la raffazzonata recita dei comici di Campese. Insomma il regista ha scelto Scarpetta, non Pirandello: nel segno di una tentazione fortunatamente non proprio frequente, anche se comprensibile, nel figlio – per più versi fortunatamente illegittimo – del creatore di Felice Sciosciammocca; comunque non proprio coerente, per quanto appena detto, con l’impronta complessiva di questa “commedia strana, formalmente e sostanzialmente diversa dalle altre” (a detta del suo stesso Autore).

Ma qui entrano in campo gusti personali, scelte di regia che non saranno certo contestate da chi ha sempre sostenuto la libertà della scrittura scenica, anche in relazione alle più imperative scritture drammaturgiche. Nella direzione voluta dal regista (ma non solo in quella, come spesso capita negli ensembles che si definiscono amatoriali, a loro modo e per intuibili ragioni artisticamente più anarchici) si sono mossi gli attori, oltre quelli già citati:  se Enzo Tota ha dato del suo personaggio (il medico condotto) una versione ultrafarsesca, brillantemente ampliando toni, gesti, tic attoriali propri alla nomenclatura guittesca, non certo alla professione che sembrerebbe dover esercitare (nel suo caso il dubbio pirandelliano non ha ragion d’essere!), Geppino Gentile ha dato di Padre Salvati un’interpretazione più ambigua, inducendo il sospetto che nella retorica del gesto potesse esserci la cialtroneria del guitto ma anche la sottile ipocrisia del vero uomo di chiesa.

A sua volta Ernesto Fava, che non rientrava nel novero dei comici sospetti, essendo nei panni del prefetto, ha offerto del suo ruolo il caratteristico aplomb, sufficientemente paternalista negli inevitabili amarcord (tutti gli uomini di potere amano rinvangare loro pretesi trascorsi attoriali!), emblematicamente arrogante appena rischia di essere messa in forse la propria autorità. Bene gli altri nelle parti di contorno.   
Gli spettatori si sono divertiti, applaudendo calorosamente gli interpreti; certo per nulla preoccupati dallo scioglimento di un enigma che non c’era stato.

 Attilio Mancino presenta

Vincendo il XXV FESTIVAL INTERNAZIONALE "CASTELLO DI GORIZIA" con lo spettacolo "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo, la Compagnia dell'Eclissi conquista, in nove anni di attività, il suo 100° premio. 

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 Teatro Genovesi

Salerno

fondata il 3 novembre 2006

registrata il 7 novembre 2006

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84126 Salerno

 

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Responsabile

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3 novembre 2006

3 novembre 2016

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 Stagione Teatrale

2016/2017

APPUNTAMENTI

1  ottobre 2016

II Festival Nazionale "Serpente Aureo"

Città di Offida  (AP)

8 ottobre 2016

1° Festival Nazionale

Città di Merate (LC)

 22 e 23 ottobre 2016

Festival Nazionale "Torre d'Oro"

Teatro Mio

Vico Equense (NA)

 30 ottobre 2016

1° Memorial "Massimo Troisi"

Auditorium comunale

Casalbuono (SA)

12 novembre 2016 

3° Festival Nazionale U.I.L.T.

Teatro Volontè

Velletri (RM)

 domenica 4 dicembre 2016

8° Festival Nazionale "L'Ora del Teatro" 

Un Sipario aperto

sul Sociale

Montecarlo (LU)

 10 dicembre 2016  

 TROFEO CATULLO

Palazzo dei Congressi

     Sirmione (BS)

21 e 22 gennaio 2017

8^ edizione AMATTORI...INSIEME

Teatro Vida

Gravina in P.  (BA)

 28 e 29 gennaio 2017

 Stagione 2016/2017

Teatro Mascheranova

Pontecagnano (SA)

           Domenica

      12 marzo 2017  "Scena 84"

Quarta edizione:

TIME

Teatro Don Sturzo

Bisceglie (BA)

 

 

18 e 19 marzo 2017

Teatro Contemporaneo e di Innovazione

Stagione 2016/2017

Teatro 99Posti

Mercogliano (AV)