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Il teatro dona una vita, non
una carriera!
Felice Sciosciammocca antimaschera borghese
"’O miedeco d’ ’e pazze" è il titolo più significativo
dell’ultima fase della sterminata produzione teatrale di Eduardo Scarpetta: oltre centoquaranta commedie, secondo fonti accreditate, ma gli inediti potrebbero incrementare il numero. Debuttò con
grande successo di pubblico al Sannazaro nel 1908 e, due anni dopo, segnò anche l’anticipato addio alle scene del suo autore, il cui prestigio era uscito pesantemente appannato dalla ben nota
controversia legale intentata contro la sua parodia della dannunziana "Figlia di Iorio".
La commedia, in tre atti, fu senza dubbio punto d’arrivo della lunga e
acclamata carriera di Scarpetta. Si trattò ancora una volta della riduzione – ma sarebbe meglio parlare di reinvenzione – di una pochade francese, "Pension Chottle" di Carl Laufs e Wilhelm Jacoby, in
una declinazione del tutto autonoma dell’originale, che attesta la piena maturità autoriale nella solida architettura drammaturgica, nella tecnica collaudata, nella precisione millimetrica e nei
tempi serrati del meccanismo scenico.
La bizzarra sequenza di equivoci ruota intorno a don Felice Sciosciammocca, la
maschera che Scarpetta aveva lanciato negli anni Settanta del secolo precedente, militando, giovanissimo, sul palcoscenico del Sancarlino al fianco di Antonio Petito; maschera che attraverso infiniti
passaggi, aveva liberato dalla fissità buffonesca, trasformandola man mano in un individuo psicologicamente definito. Il contesto è quello di un teatro borghese, in cui vicende e creature ordinarie
del ceto medio sono colte in atteggiamenti ossessivi ai limiti dell’assurdo e delineate con moduli espressivi deformati e quasi astratti. A quegli intrecci palesemente inverosimili vissuti da
personaggi quotidiani – e, in fondo, indifesi – l’autore guarda dall’alto con sorriso bonario e, insieme, spietato: sembra volerne smascherare le allucinate, meschine ambizioni, li scompiglia con
fantasia sfrenata per poi, giunto alle estreme conseguenze, districare repentinamente la matassa. Operazione di ‘riforma’ assai meno banale di quanto possa apparire in superficie, che, del resto,
inciderà in misura determinante sugli sviluppi successivi della scena napoletana, proseguita nel segno della dinastia teatrale che da Scarpetta ha origine, nella linea di discendenza legittima e,
soprattutto, della illegittima.
Nel quadro delle celebrazioni del centenario, che tuttora fervono di
iniziative, la Compagnia dell’Eclissi rende un 'suo' omaggio al genio napoletano, senza cedere alla tentazione di improbabili ricostruzioni filologiche o di facili derive oleografiche; provando
piuttosto a seguire la traccia della memorabile edizione eduardiana del 1959 ripresa dalla Rai. Così come il grande figlio di Scarpetta ritenne giusto attualizzare il contesto e gli stilemi della
rappresentazione, riportandoli ad epoca contemporanea – consapevole che l’infallibile macchina comica è pienamente funzionante a prescindere dai fondali dipinti e dai trucchi marcati e, proprio per
questo, sempre straordinariamente incisiva – si sono calate l’ambientazione e la caratterizzazione in un contesto più sintetico e poco o nulla naturalistico, mettendo a nudo la macchina scenica e
dipanando l’azione su ritmi incalzanti. Un ruolo importante gioca la colonna sonora, che risolve i virtuali finali d’atto e accompagna le transizioni, affidando il commento alle voci dei personaggi
e, talvolta, anche degli stessi interpreti moderni, che con rispetto, considerazione e una punta di benevola ironia si avvicinano al teatro ’e n’epoca luntana. (M. A.)
LA REGOLA DEI TERZI (Breve sinossi)
Dare occhi e voce alla Storia.
La notte del 9 luglio 1943, che immediatamente precedette lo
sbarco degli angloamericani nella Sicilia orientale, Robert Capa si lanciò con il paracadute da un aereo partito da Tunisi. Il più noto tra i fotoreporter di guerra del secolo breve si prefiggeva di
documentare gli scontri tra gli Alleati e le truppe nazifasciste, che nella battaglia di Troina furono tra i più cruenti registrati sul suolo italiano durante il conflitto. Atterrò su un albero, sul
quale rimase per molte ore, ferito, prima che alcuni compagni lo liberassero; fu accolto e soccorso da un contadino dell’entroterra, che gli prestò le prime cure.
Fin qui la cronaca di un episodio storicamente
attestato.
Da un lato è l’interprete di un ruolo primario, se non proprio un
protagonista, che attraversa la storia del proprio tempo testimoniando la linea del fronte, rischiando a testa alta non solo l’incolumità fisica, ma anche, sotto l’impatto emotivo di una guerra
spietata e senza esclusione di colpi, quella morale e psichica. Dall’altra un uomo ordinario, uno tra i tanti che campano e muoiono senza eroismi, un terzo, che, pur non avendo un ruolo attivo, è
oppresso e travolto dagli eventi. Entrambi pagano di persona. Sono accomunati dalla sofferenza, dall’amore per la libertà, dalla dignità soprattutto.
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